venerdì 21 dicembre 2012

Matilde Scarciglia

Ritratto di Matilde nel 1946. Il nome Matilde era stato scelto in ricordo della nonna Matilde Pisani, madre di Roberto Scarciglia. Matilde Pisani era stata Dama di Compagnia della Regina Maria Sofia, ultima Regina consorte del Regno delle Due Sicilie.

lunedì 29 ottobre 2012

2 Novembre


Visualizzazione ingrandita della mappa Il cimitero di CasalBagliano (AL) dove è la cappella di famiglia

martedì 3 luglio 2012

Uomini dello Stato

Da sinistra a destra:

On. Aldo Moro (Via Caetani, 9.5.1978)

Ten. Col. Francesco Friscia (Monte Covello, 31.10.1977)

M.llo Oreste Leonardi (Via Fani, 16.3.1978).


Uomini Esemplari di uno Stato poco esemplare.

mercoledì 27 giugno 2012

Le mie motociclette

Mi dicevano: Sorridi solo quando stai vicino ad una motocicletta!!

Confermo!!

Le moto sono proposte in graduatoria di cilindrata, che più o meno è linearmente correlata allo scorrere degli anni.

38cc 1) VeloSolex 3800 rosso
L'ho comprata a Milano durante il corso MBA alla Bocconi, me l'hanno rubata durante una nevicata di gennaio 1978... Che possano essere scivolati sotto ad un tram. Io sono caduto a causa delle rotaie del tram, mentre andavo al negozio di Angelo Menani; il Solex aveva le leve dei freni montate al contrario rispetto alle altre moto ed il dito mignolo della mano destra ha sofferto le pene dell'inferno mentre veniva incastrato da questo meccanismo a "trappola".

45cc 1) Bianchi Aquilotto
Che emozione girare, nel 1965, per le strade senza pedalare (salite a parte ndr). Era di un amico di Francesco, ed era rimasto in aeroporto a Lecce per qualche mese.

48cc 1) Morini corsarino ZT 50
Una vera motocicletta piccola! Jerry Guacci, amico di Ruggero, ne aveva una e mi sono subito convinto della qualità del Corsarino tre marce a mano (invertite rispetto alle Vespe e Lambrette).Comprata nel giugno 1966, ricordo a memoria il numero di telaio Z 01637! Mi è stata rubata nel 1968 a Roma; a Porta Portese ho rivisto il carburatore chiaramente identificabile da una vite con testa arancione (il colore degli MB 326).

48cc2) Itom
La moto del figo! Ne avevo rimediato un esemplare abbandonato in una masseria delle campagne salentine; me ne hanno concesso l'uso nel 1965 in cambio del ripristino meccanico.

48cc3) Motom
La moto del lavoratore, infatti ne ho avuto 2 esemplari quando lavoravo! 1980 e 1986

48cc 4) Legnano motore Sachs
L'avevo comprata nel 1965 su consiglio di mio cugino Ruggero e poi l'ho rivenduta a lui.

48cc 5) Italjet Mustang ss
Per alcuni mesi del 1966 ho avuto a disposizione un esemplare di questa moto che accendeva tutte le lampadine della mia fantasia!

125cc 1) MV Agusta 125 GTL
125 veramente robusto senza infamia e con un discreto numero di lodi! L'ho gestita dal 1969 al 1985.

125cc2) Vespa 125 bacchetta
L'avevo comprata dal compagno Sparafucile per tremila lire, nel 1965!

175) 1) Bridgestone 175
Comprata assieme al Tullio.Non avevo capito che fosse una Bridgestone, l'ho rivenduta nel 1972 giurando che fosse una Yamaha 125 2 cilindri con due dischi rotanti! Che sprinter! Aveva due momenti di entrata in coppia! Ed era possibile, continuando ad inserire le marce passare dalla quinta alla prima! Roba da infarto.

250cc Yamaha TD2
L'avevo presa da Lucarini nel 1983 ma non me l'ha preparata in tempo così l'affare è andato in fumo, come i soldi dell'anticipo.

350cc 1) Morini 3 ½ Sport

LA MOTO dal 1976 al 1986! L'unica caduta di questa moto è avvenuta quando l'addetto stampa del Ministro della Difesa ha comunicato il nome del nuovo capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica; un'ora prima la Commissione Difesa aveva proposto il nome del Gen Giuseppe Pesce, che invece, more solito, entrava Papa ed usciva Cardinale. Papà uscì nervosamente dal garage per andarsi a lamentare del fatto e fece cadere il Morini. Quando il venerdì sera rienrai a Roma, mia madre mi chiamò in disparte e mi disse"Papà ha fatto cadere la moto, ma non dirgli nulla, che ha un diavolo per capello. Così fu

350cc2) Jawa Californian
In attesa di moto migliori ho avuto anche questa, nel 1974, rivenduta al Braun.

500cc Moto Guzzi 500 GTW
Che emozione guidare una Guzzi GTW (monoscarico ahimè!) ante-guerra! Era stata abbandonata all' EUR da un ragazzo che era rientrato negli USA.

650cc 1) Kawasaki Kz 650D SR
La moto attuale! La mia prima 4 cilindri!

750cc 1) Norton Commando Roadster
La moto dell' Utopia! Avevo giurato, nel 1982, che non l'avrei mai venduta, ed invece nel 1992 l'ho venduta

Le ho amate tutte! Spero che non ci siano gelosie tra di loro, per candidarsi ad essere LA FAVORITA!

Alcune foto sono state selezionate e quindi liberamente ripresentate (con dei link) tra quelle pubblicate su Internet, pertanto le immagini sono di proprietà dei rispettivi proprietari.

venerdì 22 giugno 2012

La difesa aerea di Taranto l'8 Settembre 1943

A metà di agosto del 1943 giunse al l’ 8° Gruppo la richiesta di mandare quattro Macchi all’aeroporto di Grottaglie per un compito non molto chiaro: si pensava alla difesa aerea del porto di Taranto o ad una missione di scorta alle navi. Il comandante di squadriglia osservò che un ufficiale in s.p.e. doveva comandare la sezione di volo e questi non poteva essere altri che Giuseppe. Gli alleati avevano ormai completato l’occupazione della Sicilia e si preparavano a sbarcare in Calabria. Che cosa dovessero fare quattro vecchi Macchi 200 in un’area dominata dai caccia nemici di alte prestazioni non era affatto chiaro; a Taranto il comandante della divisione navale avrebbe dato le sue istruzioni. L’aeroporto di Grottaglie era stato più volte bombardato e quindi non era il caso di alloggiare nell’area aeroportuale, sul prato vi erano ancora alcuni aeroplani tedeschi, ma il personale aveva preso alloggio nelle fattorie viciniori. Gli italiani avevano allestito una mensa nella scuola di ceramica di Grottaglie e G. e i suoi gregari riuscirono ad organizzare un dormitorio con alcuni materassi buttati sul pavimento di un’aula cosparsa di oggetti di ceramica parzialmente decorati. Il giorno successivo G. fu convocato dall’Ammiraglio di divisione Da Zara a bordo della nave ammiraglia , R. Nave Duilio, alla fonda nel porto di Taranto. Egli si era trasferito da Sarzana vestito con giubbotto di volo, calzoni corti, sandali e bustina copricapo oltre ovviamente al caschetto di volo, certo di compiere una missione e di rientrare in sede. Egli sapeva che i marinai erano formalisti e quindi non poteva recarsi a bordo conciato in malo modo. Cominciò la ricerca di una divisa andando a rovistare negli armadi di varie camere, finchè fu reperita una divisa da tenente pilota, appartenente sicuramente ad un collega dello stesso corso di Accademia: infatti il sarto Rossi dell’Accademia aveva cucito quel lotto di divise con filo scadente per cui alcuni mesi dopo tutte le cuciture sembravano cucite con il filo bianco. Il proprietario della divisa era irreperibile e G. ne approfittò per vestirsi in uniforme per recarsi a bordo. Gli ufficiali di marina furono estremamente gentili e si dimostrarono felici alla notizia che alcuni aeroplani della R.Aeronautica fossero giunti a Grottaglie per difendere il porto di Taranto; non immaginavano che si trattasse di quattro vecchi aeroplani che avevano essi stessi problemi di sopravvivenza. L’Ammiraglio spiegò che gli Alleati dalla Sicilia stavano per sbarcare in Calabria e pertanto bisognava organizzare l’uscita della flotta da Taranto per portarla in salvo a Trieste. Per fare ciò bisognava organizzare una copertura aerea alle navi da attuare nel momento dell’uscita dal porto fino a destinazione. Tutti i velivoli da caccia disponibili nel sud d’Italia avrebbero partecipato a questa scorta aerea, ma occorrevano due predisposizioni: mettere a punto le vedette sulle navi ed il collegamento radio nave-aereo-nave; insegnare ai capo pattuglia dei reparti aerei, che avrebbero partecipato alla scorta, il modo di pendolare lateralmente alle navi e come avvalersi del linguaggio delle ore. G. era stato mandato a Grottaglie con quattro velivoli e quattro piloti ma senza meccanici specializzati per la manutenzione. Si trattava di volare sulle navi con due velivoli, che simulavano attacchi aerosiluranti, bombardieri e ricognitori, e con altri due velivoli che effettuavano gli interventi come intercettori. I collegamenti radio non funzionavano, le vedette sulle navi non davano per tempo gli avvistamenti perché ovviamente gli incursori attaccavano con il sole alle spalle e le vedette non avevano gli occhiali da sole affumicati. Vi erano poi i palloni di sbarramento frenati e con i Macchi non era facile scansarli perché non si riusciva a vedere il cavo di ancoraggio; il vento spostava continuamente i palloni e così poteva capitare di non vedere il cavo e di urtarlo, facendosi tranciare l’ala. L’Ammiraglio stabilì che durante l’attività di volo dei Macchi i palloni di sbarramento dovevano essere tirati a terra. G. era allibito perché si voleva dare a lui troppa responsabilità: già gli aerosiluranti nemici avevano affondato la flotta italiana a Taranto due anni prima ed ora, in una situazione ancora peggiore di allora, sarebbe stato molto più facile silurare la divisione navale di Taranto. I piloti degli altri reparti da caccia italiani più agguerriti, che venivano inviati a Grottaglie per preparare la scorta aerea alla divisione navale, erano molto scettici; abituati a combattere secondo la tecnica del “dog fight”, si schernivano ad applicare le procedure previste per la scorta alle navi e chiamavano G. con l’epiteto “quello delle ore”. Il 3 settembre gli Alleati sbarcarono in Calabria; nello stesso giorno a Cassibile i plenipotenziari del governo italiano firmavano l’armistizio corto. G. era tagliato fuori dal mondo; l’unico telefono era collegato con il comando Marina di Taranto; gli aeroplani continuavano a volare ma gli specialisti per la manutenzione erano rimasti a Sarzana. Il 7 settembre G. rappresentò all’ammiraglio Da Zara che i velivoli Macchi 200 erano bisognosi di manutenzione e che era urgente sostituirli con altri quattro provenienti da Sarzana; l’Ammiraglio ordinò di sospendere i voli e di attendere la sostituzione, che non potè avvenire causa l’armistizio. L’ 8 settembre 1943 fu una giornata calda e la gente si godeva il fresco delle case, ma verso sera, improvvisamente gli abitanti di Grottaglie si riversarono sulle vie cittadine vociando e agitandosi. G. non si rendeva conto di tanta agitazione e fermò alcuni cittadini e così venne a sapere che era stato dichiarato l’armistizio. Responsabile di quattro velivoli e quattro piloti (lui compreso) lontani almeno settecento chilometri dalla casa madre ed anche dai propri familiari, Giuseppe, con ventitrè anni non ancora compiuti, si sentiva completamente fuori fase; in Accademia gli era stato insegnato come comportarsi come combattere o come prigioniero di guerra, ma nessuno gli aveva spiegato che cosa poteva significare, dal punto di vista comportamentale e dal punto di vista del diritto, la dichiarazione di armistizio. In aeroporto gli avieri scappavano per andare a casa; gli addetti alla difesa contraerea sparavano per aria con le loro mitragliere da 20 e da 40 mm.; i tedeschi si organizzavano per partire e sgombrare l’aeroporto. G. non sapeva che fare; i collegamenti telefonici non funzionavano e quindi non era possibile andare in cerca di istruzioni. I tedeschi sgombrarono l’aeroporto mettendosi in colonna e spianando le armi contro i soldati italiani e contro la popolazione civile; ogni tanto arrivava qualche aeroplano italiano proveniente non si sapeva da dove; ad un certo momento atterrò anche un velivolo da trasporto SM. 82 proveniente dal nord. G. si avvicinò in cerca di notizie ed un membro dell’equipaggio gli chiese le sue generalità e quindi estrasse di tasca una lettera e gli e la consegnò. Era l’amico Alberto che faceva sapere a G. che l’8° Gruppo Caccia stava passando in volo le linee e si recava in Sicilia per collaborare con gli Alleati; aveva saputo che Taranto aveva subìto molti bombardamenti, ma si augurava che non fosse successo nulla di grave all’amico. I dipendenti di G., un ufficiale e due sottufficiali piloti, volevano tornare al nord per avvicinarsi alle rispettive famiglie, ma ragioni di prudenza suggerivano di attendere una chiarificazione della situazione. D’altra parte da un momento all’altro sarebbero arrivate le truppe alleate a Taranto provenendo dalla Calabria e quindi poteva capitare di essere presi prigionieri e messi in campo di concentramento; infatti un bel giorno, mentre G. si trovava lungo una strada di arroccamento all’aeroporto, comparvero alcune jeeps con soldati americani armati di Thompson e con frasche infilate nella reticella dell’elmetto. “Hallò” fu la prima parola che uscì dalle labbra dei vincitori e tutto finì lì.

sabato 26 maggio 2012

MB 326

Sul manuale di volo non ho trovato l'esatta indicazione di come si dovesse pilotare questo meraviglioso aeromobile!

mercoledì 16 maggio 2012

Regolo Pesce

Negli anni '50 i piloti del F84G Thunderjet usavano il Regolo Pesce per determinare il carburante necessario per la missione da svolgere

Qui il pdf

mercoledì 9 maggio 2012

Un posto di lavoro "agognato" seppur scomodo

Per quanto piccolo è sempre un bel posto di lavoro!!!

domenica 8 aprile 2012

Villafranca

Questa era Villafranca di Verona nel 1952 quando arrivarono gli F84G Thunderjet.

lunedì 27 febbraio 2012

Corazzata Roma

L’affondamento della corazzata Roma
foto dell'epoca

Il triste episodio avvenuto il 9 settembre 1943, con la morte di circa 1500 uomini di equipaggio, tra marinai, ufficiali e lo stesso comandante della flotta, amm. Carlo Bergamini, è stato descritto da vari autori, e tra questi il capitano di vascello Sergio Santi, che ha effettuato minuziose ricerche negli archivi di varie nazioni ed ha appreso notizie da protagonisti superstiti.

Ciò che qui si vuole mettere in rilievo è il fatto se era possibile evitare tale disastro per le vittime umane falciate in così enorme misura in un sol colpo e la perdita di un patrimonio economico di ingente valore.

Questo quesito perché non si è mai cancellato nell’animo dei piloti dell’8° Gruppo Caccia, del loro Comandante magg.Mario Bacich, e dello storico ten. Giuseppe Pesce, ambedue poi Generali di Squadra Aerea, ed ora scomparsi, il cruccio di non aver potuto difendere la Flotta in quel tragico evento.

Perché il Gruppo, dislocato sull’aeroporto di Sarzana, con circa 30 Macchi 200 efficienti, aveva il suo compito essenziale di scorta alla Squadra navale di La Spezia e dipendeva direttamente dal Comandante della flotta, amm. Bergamini.

Riepilogando gli avvenimenti che precedettero l’infausto evento, ricordiamo che dopo la caduta del fascismo del 25 luglio ’43 si iniziarono le trattative segrete per l’armistizio con gli anglo-americani già nella prima decade di agosto.

Il governo inglese e quello americano concordavano il testo dell’atto con le condizioni da imporre all’Italia tra cui quella contenuta nel paragrafo 4, cioè la resa immediata della flotta italiana e il suo immediato trasferimento nei porti che sarebbero stati indicati. Questo intento viene esplicitato a Lisbona il 19 agosto dal gen. Bedell Smith al gen. Castellano il quale formula l’ipotesi di autoaffondamento della flotta in caso di resa disonorevole Smith risponde che la Regia Marina sarebbe stata trattata in modo onorevole. Anche la flotta aerea doveva essere consegnata, benchè questa ormai esigua e di minor valore. Da queste premesse di quanto avvenuto nel mese di agosto, passiamo ad esaminare i giorni cruciali del settembre.

Il 3 settembre Badoglio convoca il ministro de Courten, ammiraglio e Capo di Stato Maggiore, della Marina, e gli altri due Capi di Stato Maggiore dell’Aeronautica e dell’Esercito, e li informa che “ sono in corso trattative per concludere un armistizio con gli anglo-americani “ e aggiunge che la notizia dovrà rimanere segreta.

Lo stesso 3 settembre, a Cassibile (RG) il gen. Castellano, a nome del Maresciallo Badoglio, firma lo “ Short Military armistice “ contenente 13 clausole, tra cui la n.4 che indicava “il trasferimento immediato della flotta italiana e degli aerei italiani in quei luoghi che potranno essere designati dal Comando Alleato con i particolari del loro disarmo da questo fissato”

Il Capo di Stato Maggiore di Cunnigham, commodoro Dick, comandante la flotta alleata nel Mediterraneo fa conoscere al gen. Castellano le particolari richieste navali e specifica che le navi di La Spezia dovranno recarsi alla cala di Bona in Tunisia e quelle dello Ionio direttamente a Malta. Gli annuncia per l’indomani un promemoria al quale la flotta italiana avrebbe dovuto attenersi scrupolosamente allo scopo di “evitare che le navi italiane e quelle alleate si incontrassero e combattessero al buio”. Fa seguire poi le istruzioni.

Il 5 settembre il Capo di Stato Maggiore Generale, gen, Ambrosio chiede all’amm. de Courten una motosilurante per portare da Gaeta a Ustica alcuni ufficiali che dovevano andare a Palermo con un mezzo americano per accompagnare a Roma due alti ufficiali alleati. Questi, giunti a Roma, intendevano predisporre un aviosbarco in detta zona, ma furono dissuasi da Castellano e dallo stesso Ambrosio.

Il giorno 8 settembre l’enorme macchina bellica alleata parte per l’operazione AVALANCHE, cioè lo sbarco a Salerno. Viene sospesa invece l’operazione di aviosbarco nella zona di Roma.

Proseguono intanto le trattative sulla richiesta italiana di concentrare la flotta a La Maddalena, anziché a Bona e gli altri porti indicati, nell’intento di trasferire il re e il governo in Sardegna. Vengono attesi ordini prima di far muovere la Squadra navale da La Spezia. La richiesta viene respinta.

Alle 12.00 dell’8 Settembre viene bombardato da B17 il centro di Frascati, popolato da civili, mentre vengono incredibilmente risparmiate le ville tuscolane di Frascati, sede dei comandi militari tedeschi.

Da Algeri alle 12,30 il gen. Castellano invia a Roma un telegramma in cui fa presente che per il Comando alleato l’armistizio deve essere annunciato alle 18,30, così come avverrà.

Alle 17.00 dell’ 8 Settembre il Re rientra velocemente al Quirinale per un veloce Consiglio della Corona.

Proclama di Badoglio: Il Governo italiano riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta con la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.

Tutto ciò che poi avviene nei vari comandi della Marina è descritto da Sergio Santi.

Quello che a noi ora interessa rilevare è la incongruenza del comportamento dei Capi di Stato Maggiore, Marina, Esercito, Aeronautica italiani. Non hanno salvaguardato le vite umane perse inutilmente nel periodo da metà agosto all’ 8 settembre, e quelle che seguirono dopo la diaspora delle forze armate per non avere dato ordini ai reparti dipendenti.

In particolare si mettono in rilievo le anomalie in quei giorni tra le Forze navali e quelle aeree. Il punto è che la “Roma” fu affondata perché non aveva la difesa aerea. Ma invece la aveva avuta, seppure in misura ridotta, fino al 7 settembre da parte dell’ 8° Gruppo Autonomo Caccia terrestre che era dislocato a Sarzana e Metato e che prendeva ordini direttamente dall’amm. Bergamini. La mattina dell’ 8 settembre inaspettatamente venne l’ordine all’ 8: Gruppo di trasferirsi subito sull’aeroporto di Littoria (ora Latina) per affrontare lo sbarco americano a Salerno. L’amm. Bergamini avrebbe dovuto opporsi a tale disposizione e trattenere la forza aerea a propria difesa.

La Squadra navale, composta da tre corazzate – Roma, Vittorio Veneto, Italia -, da sei incrociatori, da nove cacciatorpediniere, si mosse da La Spezia la mattina del 9 settembre e navigava nell’alto Tirreno diretta a La Maddalena. Arrivata nei pressi di questa località ricevette un dispaccio che ordinava di invertire immediatamente la rotta e di dirigersi in Tunisia a Bona perché i tedeschi avevano occupato la Maddalena.

Fino a quel momento gli aviatori tedeschi di Wolfram von Richthofen seguirono lo sviluppo dell’azione con velivoli ricognitori, appena ebbero notizia della rinuncia delle FFNNBB di attraccare alla Maddalena venne ordinato il decollo di due ondate di velivoli da bombardamento.
I primi apparecchi Junker tedeschi apparvero sulla flotta alle 15,10. Quaranta minuti dopo un altro gruppo di bombardieri ricomparve ad un’altezza irraggiungibile dalla contraerea navale e sganciò una prima bomba che cadde sulla corazzata Italia senza procurare gravi danni, ma poi due bombe razzo perforanti colpirono in pieno la corazzata Roma e la nave si spezzò in due tronconi e colò a picco trascinandosi quasi l’intero equipaggio. Dei 1948 uomini presenti, 1362 perdettero la vita, compreso l’amm. Bergamini e il suo Stato Maggiore. Il giorno successivo le altre navi raggiunsero Malta.

Ecco come descrive l’episodio l’amm. Vincenzo Casini, all’epoca guardiamarina imbarcato sulla Roma:
La nave “ fu affondata da due micidiali bombe di nuovo tipo. La prima non colpì la fiancata della nave ma cadde in coperta, attraversò tutta la nave ed esplose sotto la chiglia proprio come una mina. Un danno grave non letale. Ben altro invece produsse la seconda che cadde non sulla torre 2 grosso calibro ma subito a poppavia del Torrione Comando e precisamente fra il Torrione stesso e il complesso di 152 mm., sul lato sinistro (il n.2 dei quattro esistenti). La bomba attraversò la coperta e purtroppo finì nel deposito munizioni di medio calibro. La conseguente deflagrazione innescò immediatamente quella del vicino deposito di grosso calibro. Il risultato fu catastrofico e determinante per la sorte della nave. Il Torrione fu investito all’interno dalla grandissima vampata che causò la morte di quelli che vi si trovavano …” (La Nazione del 25 settembre 2005).

Nello scritto di Sergio Santi è detto che la flotta quando si vide aggredita dai bombardieri tedeschi chiese l’intervento al Comando aereo di Venafiorita (Sassari) il quale inviò 4 Macchi 202 che però non trovarono il convoglio. Questa asserzione sembra una inesattezza perché è impossibile non trovare un convoglio di tali dimensioni come era la Squadra navale e perché in quell’epoca gli aerei erano collegati via radio con le corazzate e gli incrociatori. Inoltre sul campo di Milis di Nuoro era dislocato il 51° Stormo Caccia terrestre con almeno 8 Macchi 205, gli aerei di ultima generazione, e numerosi Macchi 202 e RE 2001. Se fosse stato richiesto l’intervento di questo Stormo i bombardieri tedeschi avrebbero avuto nessuna possibilità di successo, data la preminenza dei MC 205 sui bombardieri. A Venafiorita invece esistevano soltanto pochi MC 202 e 12 RE 2001. C’è da dire che forse per la presenza dei tedeschi nella zona di Milis gli aerei non potevano partire. Sta di fatto però che il 51° Stormo dopo alcune settimane dall’armistizio è venuto a Lecce nell’aeroporto di Galatina.
Questa è una verità sulla perdita di circa 1500 uomini in un sol colpo e di un patrimonio inestimabile.
Della Forza aerea raggiunsero gli Alleati in Sicilia, dopo varie peripezie, soltanto l’ 8° Gruppo Caccia e il Gruppo di aerosiluranti del magg. Casini. Gli aerei non furono disarmati. Questi due Gruppi rifondarono la nuova Aeronautica militare.

Viareggio 18 Novembre 2011 Aldo Allegra – ufficiale pilota dell’8: Gruppo Caccia

Roma 20 Febbraio 2012 Gianni Pesce – figlio del Gen.S.A. Giuseppe, pilota dell’8° Gruppo

martedì 24 gennaio 2012

Ci sono 19 video del Comandante Costantino Petrosellini.

Molto interessante quello ( #8) sul Settembre 1943, nei quali racconta le vicissitudini dell' 8 Gruppo a Sarzana, Littoria, Castiglion del Lago, Decimomannu, Sciacca, Korba, Lecce.

venerdì 13 gennaio 2012

Macchi C 200

L'ex Ten. Pil. Aldo Allegra ispeziona il C 200 di Vigna di Valle.

Grazie all'assistenza del Comandante Poletti e del Magg Bovesecco.